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19-04-2005. Bologna. Intervento di Paolo Fornaciari al Convegno del 18/19 aprile (TUTTE LE MEMORIE)

Vi parlerò di energia e di energia nucleare

Intervento dell’ingegner Paolo Fornaciari alla Conferenza Nazionale sulla Politica Energetica in Italia
Bologna. Facoltà di Ingegneria, 18/19 aprile 2005

Ringrazio per l’invito che mi è stato rivolto ad intervenire a questa Conferenza della Università di Ingegneria di Bologna, dove mi sono laureato esattamente 50 anni fa ed il mio pensiero commosso va a tutti gli illustri docenti, che ricordo con affetto e riconoscenza, uno per tutti senza voler fare torto agli altri, il grande, grandissimo, mitico Professore di Scienza delle Costruzioni, Odone Belluzzi, cui ho visto è stata giustamente dedicata una strada, qui vicino, nei paraggi dell’Università.

Vi parlerò di energia e di energia nucleare.

Cinque anni fa, si pensava che tutto andasse bene. Eravamo reduci da un periodo eccezionale e fortunato, durato oltre un anno (Gennaio ‘98 – Marzo ‘99), di petrolio a bassi prezzi (10/13$/b), molti analisti ed esperti petroliferi internazionali, quali Neil Atkinson, Robert Mambro, Peter Davies e il nostro Marcello Colitti, era stata che nei prossimi decenni non ci sarebbero state tensioni sui mercati, anzi si era vagheggiata una "nuova era" a bassi prezzi del petrolio. E ancora nella primavera del 2000, l’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato, succeduto al secondo Governo D’Alema, parlando dello sviluppo economico del Paese, affermava : “la ripresa è in corso, l’economia va, è tornata a tirare, secondo l’ISTAT l’Italia ha creato 250.000 posti di lavoro nel 1999 e, se non siamo al paradiso terrestre nemmeno siamo troppo lontani”. Gli faceva eco il Ministro del Tesoro Vincenzo Visco: “In quattro anni la disoccupazione potrà scendere all’8% e se le cose continuano così noi avremo risolto il problema della piena occupazione”. Il Segretario Ds Walter Veltroni affermava “siamo usciti dal tunnel”, e l’economista Giuseppe Turani su “La Repubblica” del 14 Novembre 1999, aveva in precedenza scritto: “L’economia si appresta a regalare una stagione finalmente brillante e positiva, da vivere con gioia, addirittura forse con qualche mortaretto e qualche bottiglia di champagne” e che sarebbe stata in arrivo “una ripresa vigorosa e robusta”.

[Ancora più ottimista Lamberto Dini, Ministro agli Affari Esteri, che sul Corriere della Sera del 6 luglio 2000, aveva dichiarato : “Abbiamo risanato la finanza pubblica? Sì. Abbiamo battuto l’inflazione? Sì. La disoccupazione scende? Sì...detto questo... ....il nostro solo problema è che stiamo perdendo competitività e quote di mercato”. Ma perdere competitività e quote di mercato non è uno scherzo! Perdere competitività significa allontanarsi dall’Europa e dagli altri Paesi industriali, significa avvicinarsi al baratro della recessione. Si è discusso molto delle cause della perdita di competitività del nostro Paese in questi ultimi anni. Secondo Confindustria. “Servono riforme”, ha affermato D’Amato, “che mettano in grado il Vecchio Continente di ricuperare in competitività” indicando in particolare la riforma delle pensioni, la riduzione della eccessiva pressione fiscale, la riduzione della spesa pubblica, l’ingerenza dello Stato nell’economia e la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. “Servono riforme”, affermava il Presidente di Confindustria D’Amato, “che mettano in grado il Vecchio Continente di ricuperare in competitività” indicando in particolare la riforma delle pensioni, la riduzione della eccessiva pressione fiscale, la riduzione della spesa pubblica, l’ingerenza dello Stato nell’economia e la scarsa flessibilità del mercato del lavoro..
Possibile che nessuno si sia chiesto cosa di speciale è accaduto in questi ultimi cinque anni ? Eppure dovrebbe esser noto e chiaro a tutti che c’è stata una grave crisi energetica con conflitti e guerre in Cecenia e in Iraq. Già così Confindustria si era espressa presentando a Parma, il 16/17 Marzo 2001, il ponderoso studio di quasi 200 pagine dal titolo “Azioni per la competitività, che classifica l’Italia, come già aveva fatto in precedenza il Rapporto “World competitivness yearbook” della prestigiosa “Business school” svizzera Imd di Losanna, al 30mo posto per competitività, a livello di Grecia e Portogallo, mentre secondo la Società di consulenza internazionale National Utility Service (NUS), il prezzo dell'energia elettrica in Italia, resta per le imprese italiane il più caro e classifica il nostro Paese per il “caro energia” al 44mo posto su 49 Paesi censiti. Poi la situazione è ulteriormente precipitata : lo scorso anno il World Economic Forum ha relegato l'Italia al 47mo posto nella classifica per competitività dietro il Botswana.]

Con incrollabile perseveranza si è continuato invece ad avere una fiducia illimitata nei benefici conseguibili con il libero mercato e a sostenere che l’inflazione è dovuta alla posizione dominante dei monopoli energetici pubblici, alla inefficienza della burocrazia statale, alle riforme non completate, alle ridotte dimensioni delle imprese o alla minore spesa per ricerca e innovazione. Ci si è fidati nel mercato, convinti che il completamento del processo di liberalizzazione e di privatizzazione del settore energetico, avrebbe potuto consentire la riduzione delle bollette di elettricità e gas. Non è possibile! Le bollette elettriche non scenderanno : l’80% del costo di produzione è infatti dovuto a combustibili (idrocarburi), il cui prezzo è infatti soggetto a “cartello”, non a “mercato” e pertanto non contendibile. Il problema della perdita di competitività non è un problema di competizione, ma di diversificazione delle fonti energetiche !

Ma poi la situazione è drammaticamente cambiata in pochi anni e si è capovolta. Con il prezzo del barile di petrolio che ha superato i 40 dollari, c’è a breve, il rischio di una grave recessione economica da far impallidire quella di 75 anni fa. C’è stato un drammatico cataclisma nel settore energetico mondiale, ci sono state guerre (Cecenia e Iraq) per il controllo delle fonti energetiche, il prezzo del barile di petrolio è schizzato dai 18$ di inizio 2002 ai 57$ di fine 2004 e noi che nella generazione elettrica siamo eccessivamente dipendenti dagli idrocarburi (80% contro la media UE del 20%) ne subiamo le peggiori conseguenze con bollette elettriche che non sono, come erroneamente si dice, del 20 o 30% maggiori, ma ormai doppie della media europea. Lo ha evidenziato con chiarezza il Presidente di Federacciai, Giuseppe Pasini, nel discorso pronunciato alla Assemblea Annuale della sua Associazione, affermando che il costo dell’energia elettrica nella siderurgia incide sul prezzo del prodotto finito per il 36% ; ciò spiega le recenti crisi alla Ast di Terni, all’ILVA di Cornigliano (GE) e alle industrie dell’acciaio del Bresciano, oltre al settore tessile e alla produzione di rame, zinco e alluminio. Il vero, grave nostro problema è oggi il “caro energia”che genera perdita di competitività e stagnazione economica, come giustamente ha osservato il Presidente della Repubblica Ciampi, problemi che non si risolvono con il libero mercato e la concorrenza.
Si poteva prevedere? Si, anzi onestamente e amaramente dobbiamo dire che era stato previsto. Cinquanta anni fa, era il 1956, un geologo americano, tale Martin King Hubbert, aveva sviluppato un metodo in base al quale arrivò a prevedere il declino della produzione petrolifera degli Stati Uniti all'inizio degli anni '70. Fu pesantemente criticato dall'industria petrolifera del suo Paese, considerato un pessimista, una Cassandra e un visionario, un po' come da noi successe trenta anni fa a Carlo Donat Cattin che proponeva di costruire venti centrali nucleari per il PEN '74. Ma Martin King Hubbert ebbe ragione : nel 1971, esattamente come lui aveva previsto quindici anni prima, la produzione di petrolio negli USA iniziò a diminuire. Nel 1958 Campbell e Laherrere, nell’articolo "La fine del petrolio a buon mercato" (Le Scienze, n° 357 del Maggio 1998), scrivono : “The world is not running out of oil—at least not yet. What our society does face, and soon, is the end of the abundant and cheap oil on which all industrial nations depend”.
Alla fine degli anni '90 e nei primi anni 2000, altri esperti e prestigiosi analisti petroliferi internazionali, quali Kenneth S. Deffeyes, Gerald Leach, Andrey Weissman, Jack Kisslinger, Rodney Adams e Septimus Van der Linden, riprendendo il modello di Hubbert lo hanno applicato a livello mondiale : il risultato é stato che il picco di Hubbert, cioé il momento in cui la produzione petrolifera mondiale non sarà più in grado di far fronte alla domanda, si verificherà tra il 2004 e il 2008, dopo di che il divario tra domanda e produzione si allargherebbe al ritmo di 2Mb/g all’anno e il prezzo del barile potrebbe raddoppiare in soli cinque anni! La carenza di combustibile potrebbe mettere in crisi trasporti e agricoltura per i costi di trasporto insostenibili e diversi settori dell’industria, maggiormente energivori.

C’è chi ha detto del nucleare “è una occasione persa ed è inutile piangere sul latte versato” o chi sostiene che ''I tempi non sono maturi'' e “ l'opinione pubblica non lo accetterebbe''. E’ diffusa convinzione, a livello politico, che gli italiani siano contrari all’uso dell’energia nucleare per la produzione di energia elettrica, mentre un recente sondaggio della UE (Eurobarometer 56) indica che la percentuale dei favorevoli al nucleare, è del 57% in Francia e del 54% in Italia, senza contare il consenso plebiscitario (+72%) registrato dalla indagine “on line” del Corriere della Sera, il 19 gennaio scorso, all’annuncio del Presidente Berlusconi di voler riaprire il dibattito sul nucleare, dopo 18 anni di colpevole silenzio se non di ostracismo, ribadito nel corso di un incontro con Direttori di testate giornalistiche ricevuti a Palazzo Chigi per lo scambio degli auguri di Pasqua.
Le competenze ci sono tuttora perché i nostri tecnici, impediti di farlo in Italia, hanno continuato a lavorare all’estero, negli USA con il prestigioso Centro di Ricerca delle principali Società elettriche statunitensi, l’EPRI di Palo Alto in California, in Francia con la Framatome e la Siemens tedesca per il progetto del nuovo rettore nucleare europeo, l’EPR, che sarà costruito ad Okhiluoto in Finlandia e a Flamanville (Normandia) in Francia, in Romania dove l’Ansaldo ha partecipato con l’AECL canadese alla costruzione della centrale nucleare di Chernavoda e la SOGIN per il riavvio della centrale armena di Medzamor. Sostenere poi che c’è scarsa convenienza economica delle attuali centrali nucleari, è risibile : lo ha mostrato la recente (agosto 2003) gara della TVO finlandese che ha visto il nucleare nettamente vincente (2.37 Eur c/kWh per il nucleare contro 2.81 Euroc/kWh per il carbone e 3.23 Euroc/kWh per il gas, senza contare i costi esterni che porterebbero rispettivamente a 4.43 and 3.92 Euroc/kWh il costo di carbone e gas ; perché allora dovremmo acquistare energia elettro-nucleare non solo da Francia, Svizzera, Germania e perfino dalla Slovenia, da una centrale nucleare dello stesso tipo di quella che stiamo smantellando a Trino Vercellese, od acquistare una partecipazione nella Società elettrica della Slovacchia, Slowenske Elektrarne ? Secondo, Alberto Nagel, Direttore Generale di Mediobanca : «Mediobanca valuterebbe con favore un investimento nel settore energetico se si trattasse di una iniziativa privata, se magari contemplasse, ove consentito dalla legge, il ricorso al nucleare, perché ritengo che in un sistema Paese come l'Italia, rinunciare a priori al nucleare sia una cosa su cui riflettere». Eppure c’è chi “ C’è chi ha detto che l’Italia è uscita dal nucleare con il referendum del novembre 1987 e che anche altri Paesi starebbero per seguire il nostro esempio, che le competenze sono ormai disperse, che tornare indietro sarebbe impossibile e richiederebbe 10 o 15 anni di tempo, che il nucleare è costoso, pericoloso e favorisce la proliferazione militare, che lo smaltimento delle scorie radioattive non è stato risolto e costituisce un’inaccettabile eredità per le generazioni future o che lo smantellamento delle centrali nucleari dimesse ha superato il punto di non ritorno e il loro riavvio è impossibile” Tutte cose non vere! Non è stato il referendum, che, ai sensi dell’articolo 75 della nostra Costituzione, non poteva essere, né era, un referendum pro o contro il nucleare : la nostra Costituzione vieta infatti referendum abrogativi per leggi tributarie e di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. E l’Italia, trenta anni prima, con gli Atti di Roma, aveva preso il solenne impegno di “sviluppare una potente industria nucleare”. Non il Parlamento, che al contrario, con la mozione del successivo 18 dicembre, aveva deliberato una sospensione per 5 anni delle nuove costruzioni nucleari, più una pausa di riflessione che non una “pietra tombale”, come poi si userà dire. Non l’ultimo Piano Energetico approvato (PEN agosto‘88) che anzi invitava a sviluppare, nel quadro di una ampia collaborazione internazionale, progetti di reattori nucleari facenti largo impiego di sicurezze intrinseche o passive. Non esiste dunque alcun impedimento né parlamentare né tanto meno tecnico, come esperienze estere hanno dimostrato e stanno dimostrando. Lo ha affermato il Senatore a vita, Giulio Andreotti, intervenendo ad un Convegno della Accademia dei Lincei nel 2001 e più recentemente l’ex Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Emilio Casavola : “non occorre un altro referendum o una nuova legge se si decide di ripartire”. Non è vero che anche gli altri Paesi industriali stiano abbandonando il nucleare : non lo ha fatto la Svizzera che ha deciso di non costruire nuove centrali, ma non ha certo fermato quelle funzionanti. Non lo ha fatto la Svezia, a seguito del referendum del 1980, per le difficoltà di mantenere altrimenti il livello di vita raggiunto. Non lo farà la Germania che si è presa 30 anni di tempo. Il problema dello smaltimento delle scorie radioattive è stato risolto in tutto il mondo con bunker schermati in superficie o con pozzi in formazioni geologiche stabili e profonde. Infine, secondo recenti studi giapponesi, il trasporto per riprocessamento all’estero costa da 2 a 4 volte in più, rispetto al “dry disposal”, non solo, ma secondo la normativa internazionale, le scorie dovranno comunque ritornare nel Paese di origine. Opzione valida quando si trattava di rifornire di plutonio la centrale nucleare veloce Superphoenix di Creys Malville.

Restiamo perplessi e amareggiati nel leggere ciò che pur autorevoli economisti e cari amici, scrivono in questi giorni :
Alberto Clò, già Ministro all‘Industria, scrive sulla Nazione, Carlino e Giorno e sulla sua Rivista ENERGIA : “ Penso che, allo stato delle cose e nel breve termine, l’opzione nucleare non sia né possibile, né conveniente, né realistica per il nostro Paese”.
Edgardo Curcio, Presidente AIEE, scrive sulla Staffetta Quotidiana del 12 febbraio 2005, che la dichiarazione di Berlusconi sul nucleare “ha suscitato polemiche in tutto l’arco parlamentare, perché parlare di nucleare, si è detto, è una semplice velleità, in quanto il nostro Paese ha rinunciato a questa opzione venti anni fa ed ora è troppo tardi per ripartire”.
Marcello Colitti, Presidente Enichem, sulla Staffetta Quotidiana del 27 febbraio 2005, scrive : “ La soluzione a gas naturale è oggi di gran lunga la più economica…Per costruire una centrale nucleare da 1000 MWe ci vogliono circa 10 anni”.
Renato Brunetta sostiene che “il caro greggio ha un effetto modesto, quasi nullo sul PIL”.
Maria Pia Saraceno, nonostante l’illustre cognome che porta :“ L’inflazione italiana risente sì degli aumenti a monte dettati dall’energia, ma questi aumenti non si trasmettono a valle sui beni e sui servizi”.
Fiorella Kostoris Padoa Schioppa : “presto si tornerà sotto la soglia dei 25/28 $/b”, mentre il Ministro Antonio Marzano più correttamente dice : “Tutti sanno che l’energia è un bene pervasivo nel sistema economico, i cui aumenti di prezzo si propagano in maniera generalizzata sugli altri prezzi” e il Ministro all’Economia Domenico Siniscalco auspica “più concorrenza”, mentre per il Presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo “la priorità delle priorità sono ricerca e innovazione” .

Che fare? Le liberalizzazioni e le privatizzazioni non bastano, forse non servono, possono perfino essere controproducenti come ha dimostrato la crisi in California del 2000/2001. L’energia elettrica è infatti un bene molto particolare : deve esser generata nello stesso istante in cui è richiesta, è difficile da immagazzinare, richiede tempi lunghi per la costruzione delle centrali e delle linee di trasporto e distribuzione con investimenti rilevanti e a redditività differita. Il privato investe conseguentemente se ha la sicurezza di vendere il proprio prodotto a “clienti certi”. Non casualmente gli imprenditori privati ante Enel – ingenerosamente definiti 50 anni fa “baroni elettrici” – si erano ripartiti il territorio nazionale in zone di competenza, evitando accuratamente di farsi concorrenza tra di loro. Che sia il monopolista pubblico - definito inefficiente ed obsoleto e ingiustamente accusato di essere ''uno dei principali ostacoli verso un mercato concorrenziale dell'energia, mentre ha fatto esattamente ciò che gli era stato richiesto di fare”- o l'imprenditore privato a gestire , poca differenza fa, se si continua a produrre energia elettrica utilizzando i combustibili più cari, i cui prezzi si sono triplicati negli ultimi tre anni. Privatizzare serve, ma nel caso dell’energia elettrica serve poco.

Non si tratta di un problema di concorrenza, bensì di diversificazione delle fonti. Cosa occorre fare ? Occorre "diversificare le fonti, usare anche noi più carbone e ritornare al nucleare, le fonti energetiche più usate in Europa per la produzione elettrica".

[1. Occorre interrompere “immediatamente” quella azione vandalica di smantellamento delle centrali nucleari di Caorso e Trino Vercellese, decisa nella precedente legislatura, dall’allora Ministro On. Bersani, in assenza di preventiva autorizzazione formale. Una operazione contraria alla prassi internazionale – generalmente si attendono 60 o più anni (il Regno Unito ha recentemente previsto di eseguirla tra 100 anni per Calder Hall) – inutilmente costosa (lo stesso Ministro On. Bersani ha parlato di oltre 7500 miliardi di vecchie lire a carico degli utenti dell’Enel), comportante maggiori livelli di radiazione per il personale, ma sopra tutto impossibile a realizzarsi in assenza della identificazione del sito in cui sistemare le scorie radioattive (Scanzano Jonico docet) .

2. Costituire una “Task Force” con il compito di predisporre in 6 o 7 settimane, uno studio tecnico-economico sul riavvio rapido delle centrali nucleari dimesse di Caorso e Trino Vercellese, indicandone modalità, costi e tempi. Tale “Task Force” dovrebbe includere personale di SOGIN e ANSALDO, con l’eventuale supporto di General Electric e Westinghouse, che hanno anche recentemente mostrato interesse al progetto. Si ricorda che la deliberazione assunta dal CIPE (VII° Governo Andreotti ) il 26 luglio 1990, era quella di mettere le centrali nucleari dimesse di Caorso e Trino Vercellese, in custodia protettiva passiva”, “mentre nove anni dopo l’allora Ministro all’Industria On. Bersani annunciava in una Conferenza Stampa, senza una autorizzazione preventiva, che l'Italia, dopo aver intrapreso negli anni passati un impegnativo programma nucleare, “ha deciso di interromperlo e non più proseguirlo” - ma non risulta vero- e che “l'obiettivo da perseguire è quello della disattivazione accelerata di tutti gli impianti nucleari dismessi, saltando la messa in custodia protettiva passiva, in base al principio etico di non trasferire sulle future generazioni gli effetti onerosi delle scelte effettuate”. ( Lo “smantellamento accelerato” è l’esatto contrario della “custodia protettiva passiva” decisa dal CIPE in previsione evidentemente di eventuali ripensamenti). Esistono altri esempi di centrali nucleari riavviate dopo dieci e più anni dalla fermata : Browns Ferry negli Stati Uniti, fermata 10 anni fa in seguito ad un incendio e Medzamor in Armenia, chiusa 12 anni fa dopo un terremoto - quest’ultima, ironia della sorte, proprio ad opera della SOGIN, nel quadro di un programma (TACIS) finanziato dalla UE - mentre a Caorso e Trino Vercellese non ci sono stati né incendi né trerremoti.

3. Affidare ad una nuova Società (SORIN) l’incarico di riavviare le centrali nucleari dimesse ma ancora agibili e la predisposizione di in Piano Energetico per la nuova legislatura, nonché attività di costruzione di centrali nucleari, per ora all’estero, in previsione di un ritorno al nucleare del nostro Paese, limitando il compito della SOGIN allo smantellamento delle centrali nucleari più vecchie (Latina e Garigliano) e alla identificazione del sito nazionale in cui sistemare le scorie radioattive. Evitare di costruire centrali a gas sui siti nucleari, laboriosamente autorizzati, mantenendoli come tali in vista di future realizzazioni. Non hanno tutti i torti l’On. Stefano Saglia e il Vice Presidente di Confindustria Guidalberto Guidi, a suggerire una riapertura delle centrali nucleari di Caorso e Trino Vercellese. Una operazione che potrebbe esser realizzata, affidando l'incarico alle persone giuste, in 20 mesi con un costo pari al 5% di quanto sta costando invece lo “smantellamento accelerato”, inventato dall’ex Ministro all’Industria On. Pierluigi Bersani, e generare energia elettrica ad un costo di 15 lirekWh, quando a noi costa 10 volte produrla.

4. Il previsto mini rimpasto governativo con i due nuovi Ministeri per il Mezzogiorno e per le Aree Urbane, rischia, tra l’altro, di essere controproducente anche sul piano elettorale, corrispondendo più a logiche di potere interne alla Casa delle Libertà, che non ai concreti interessi del Paese. Ciò che occorre fare invece, a mio avviso é costituire semmai un Ministero dell'Energia, unificando le competenze attualmente disperse tra Economia, Attività Produttive e Ambiente.

5. Predisporre un Piano Energetico Nazionale che preveda il ricorso al nucleare nella generazione elettrica. Ove si utilizzasse il 40% della somma prevista per il proposto “taglio fiscale” ( 6 miliardi di Euro all’anno, corrispondente a un Euro al giorno per contribuente che non serve per rilanciare la domanda, né cambia la vita) per costruire nuove centrali nucleari, si potrebbero riportare le nostre bollette elettriche a livello europeo nel giro di 8 o 10 anni. Certo, occorrono doti, rare oggi nei nostri politici e imprenditori, di coraggio e di grande lungimiranza. Seppero farlo, cinquanta anni fa, uomini come Giorgio Valerio, Enrico Mattei, Gino Martinoli, Felice Ippolito, Edoardo Amaldi, Mario Silvestri e Carlo Salvetti, che ebbi l’onore e il piacere di conoscere all’inizio della mia carriera professionale, portando il nostro Paese a metà degli anni ’60 al terzo posto a livello mondiale nella produzione di energia elettro-nucleare, dietro Stati Uniti e Gran Bretagna, ma davanti a Francia, Giappone Germania, Svezia, Svizzera e Sud Corea.]

Paolo Fornaciari