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02-01-2005. LA PADANIA - pagina 10, di Roberto Schena
[pubblicato per gentile concessione dell'autore]

Con i cambiamenti climatici il fabbisogno energetico raddoppia

Basterebbe un atomo. Di sale in zucca

I mesi estivi mettono a dura prova i Paesi, come il nostro, privi dell’opzione nucleare
Strategie terroriste: il prezzo del greggio è aumentato del 310% dall’11 settembre
Altro che aiuti al Terzo mondo: l’Italia petrolifera “sovvenziona” le peggiori dittature


Quando ci si ostina a insistere sulla necessità di dismettere in tempi brevi l’energia nucleare, si creano solo delle illusioni. I rapporti scientifici più accreditati a livello mondiale affermano che solo fra 50 anni sarà possibile vedere la definitiva scomparsa dei reattori e che solo fra 30 s arà possibile iniziare a pensare di installare centrali alternative. Per un mucchio di ragioni.
Anche se fonti e sistemi alternativi - dal solare alla fusione nucleare - si trovassero domani mattina, prima di smantellare gli oltre 200 reattori presenti in Europa, e le centinaia nel mondo, sostituendoli gradualmente con i nuovi “miracolosi” ne devono passare parecchi di decenni. Se non altro per l’entità della spesa. Costruire una centrale atomica costa molti miliardi di euro (circa 7-800 miliardi di lire ciascuna); smantellarla comporta il processo edilizio inverso, quindi costa altrettanto, forse solo un po’ meno. Nel frattempo, però, i governi dovrebbero trovare uguali somme (o pressappoco) per erigere le nuove ipotetiche centrali a inquinamento zero e collegarle alla rete dei tralicci. Di grazia, qual è lo Stato al mondo capace di disporre risorse così ingenti nell’arco di pochi anni?

DIECI LUSTRI DI STUDI
Ogni Stato europeo ha iniziato a studi are l’applicazione dell’energia nucleare negli anni ’50. Il decennio successivo è stato dedicato alla sperimentazione dei primi impianti. È solo dagli anni ’70, con l’accelerazione impressa dai rincari petroliferi voluti dall’Opec che si dà l’avvio concreto ai programmi, che comunque sono proseguiti nel corso del ventennio 80-90. L’Europa, dunque, ha costruito le sue oltre 200 centrali nucleari (150 nell’Ue, 68 nei Paesi dell’Est) in 50 anni, e tra l’altro forniscono solo un terzo del fabbisogno complessivo.
È evidente che le politiche energetiche non solo non si improvvisano, ma necessitano di tempi lunghissimi per essere applicate sul territorio, un paio di generazioni come minimo. Nel frattempo, se l’Italia di oggi dovesse decidere di tornare al nucleare, in proporzione agli altri Paesi europei spenderebbe il doppio solo per lo scarto dovuto al ritardo accumulato dal referendum del 1987. Un autentico disastro, sul quale non si riflette abbastanza e che investe soprat tutto l'industria in pianura padana.
I rapporti con i Paesi dell’Opec, da qui a qualche anno, potrebbero essere “ottimi” ma, Islam alle porte o no, potrebbero andare molto male. E l’energia della Padania, o del Bel Paese, ossia il prezzo del petrolio, quindi la bilancia dei pagamenti, il bilancio stesso dello Stato, nonché la nostra economia dipendono quasi interamente dalla benevolenza dell’Opec, dalla crudeltà dei dittatori che vi comandano, dai pruriti degli sceicchi, dalle efferatezze o meno dei fondamentalisti islamici. O dall’esercito americano in Iraq.
In definitiva, sono proprio i Paesi meno democratici al mondo che copriamo d’oro con la nostra valuta, ormai pregiatissima, tanto che i Paesi dell’Opec stanno seriamente pensando di sostituire il più stabile e affidabile euro col dollaro, quale moneta di scambio internazionale nella compravendita di greggio. Così più nessun Paese occidentale potrà mai più beneficiare neppure delle periodiche oscillazi oni della moneta americana. Certo che l’Italia, divoratrice di greggio targato Opec un bel contributo glielo sta dando, nel pervenire a questa sempre meno eventuale sostituzione euro-dollaro. Altro che aiuti ai Paesi del “Terzo mondo”: dipendendo quasi interamente dal petrolio e dal gas naturale, contribuiamo a tenere in piedi regimi terribili, come quelli dell’Algeria, della Libia, dell’Arabia Saudita, dell’Iran e, fino a poco fa, anche dell’Iraq. Notato? Più tali Paesi sono potenti nella distribuzione mondiale delle fonti energetiche, più il fondamentalismo è arrogante, sanguinario, destabilizzante.

QUANTO AUMENTA IL PREZZO
Il prezzo del greggio dall'11 settembre a oggi è riuscito ad aumentare del 310%, è passato molto sopra il “prezzo reale”, cioè da 17 dollari al barile ai 54 dell’ottobre scorso. Tra i fattori strutturali dell’incredibile aumento viene citata la crescita di Cina e India, che provocano maggiore richiesta, nonché la speculazione finanziaria e perfino l’eccessiva tassazione statale. Ragioni plausibili. Ma è stato l’11 settembre ad aver dato il via alle danze delle nuove tensioni internazionali che hanno consentito aumenti tali da pregiudicare la crescita in Occidente, e i terroristi dell’11 settembre provenivano quasi tutti dall’Arabia Saudita. È un caso se bin Laden chiede di portare il prezzo del greggio a 100 dollari il barile? Se l’Iran chiede a tutti di non vendere greggio agli Stati uniti per provocarne il collasso economico?
L’Opec ha incassato decine miliardi di dollari in più grazie all'allarme attentati. Istigare, proteggere e a volte anche finanziare il terrorismo fa guadagnare anche 30 miliardi in più l'anno.

SI’, IL GREGGIO HA UN COSTO ENORME
Anche l’argomento secondo cui un litro di greggio, in fondo, costerebbe “poco” non sta in piedi. Perché se è vero che paghiamo dal benzinaio un euro e 20 il litro, contro i 23-25 centesim i a litro del greggio, è pur vero che 23-25 centesimi sono comunque tanti per una materia prima largamente disponibile in natura, ma concentrata in poche aree. Il problema vero è che tra i Paesi dell’Opec, gli importatori, i raffinatori e gli erari degli degli Stati consumatori si è ormai creata una sostanziale, malefica alleanza ai danni del comune cittadino, il quale non è più in grado di controllare la catena produttiva, e dove il valzer quotidiano tra le mazzette e le speculazioni è diventato l’anima del mondo economico mondiale, in una spirale gigantesca di corruzione e terrorismo sulla quale nessuna magistratura di alcun Paese sarà mai in grado di indagare davvero a fondo.
Ora, per scelta nostra, le regioni industriali del Nord Italia non hanno un sistema energetico autosufficiente, mentre ce l’hanno la valle della Ruhr, le aree metropolitane di Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, proprio grazie ai reattori che fanno così schifo ai portabandi ere arcobaleno. Varrebbe la pena di riflettere bene sul quanto è capitato in Spagna, che dispone di 7 centrali nucleari ed è autosufficiente per il 30% del suo fabbisogno: se è stato sufficiente spaventare gli spagnoli con l’attentato alle linee metropolitane di Madrid, l’11 marzo 2004 (190 morti e 1247 feriti), tanto da spingerli, almeno i parte, a votare per il candidato che prometteva l’uscita immediata dall’Iraq, che cosa potrebbe succedere in un Paese totalmente dipendente dal petrolio, nel caso di attentati terroristici in serie?
Francia e Germania non hanno voluto intervenire in Iraq, uno Stato a pieno titolo nell’Opec. Francia e Germania ricavano rispettivamente il 75% e il 31,2% del loro fabbisogno energetico dal nucleare, l’Italia solo quel 16% comprato dai reattori francesi e svizzeri. L’Iraq dispone del 12% della riserva mondiale di idrocarburi, ha 115 miliardi di barili di riserva e altrettanti di potenziale: somma ndo le due quote, l’Iraq si avvicina nettamente ai 245 miliardi di barili delle riserve saudite.

QUANDO GLI SVEDESI CI ASSOMIGLIANO
Il caso svedese assomiglia, per certi versi, a quello italiano. Anche in Svezia, infatti, gli abitanti si sono espressi, in un referendum popolare, contro l’energia nucleare. La differenza significativa è che Svezia ha ben 12 centrali funzionanti; la prima è entrata in funzione fin dal 1972. E là il nucleare fornisce circa la metà dell’elettricità.
Il referendum, consultivo, si tenne nel 1980, dopo l’incidente, comunque non disastroso, avvenuto nella centrale nucleare Usa di Three Miles Island. I votanti si espressero a favore della chiusura delle centrali nucleari entro il 2010, come poneva il quesito. Il Parlamento decideva, di conseguenza, di limitare lo sfruttamento degli impianti esistenti fino al termine della loro funzionalità tecnica, stimata in 25 anni. Nel 1986, la catastrofe di Cern obyl rilanciò il dibattito sulla chiusura delle centrali nucleari. Gli italiani, l’anno seguente, dopo lo spavento di Chernobyl, decisero per l’abbandono del nucleare. Il governo di Roma decretava la chiusura delle quattro in costruzione nel territorio del Bel Paese. Anche in Svezia ci fu un “dopo ”effetto Chernobyl”: nel 1988 il Parlamento decise lo smantellamento graduale degli impianti senz’altro entro il 2010 e fissava la dismissione del primo nel 1995-96. Invece... giusto nel 1997 il Parlamento approvò un Atto che stabilì la “Nuova politica energetica” confermando sì la dismissione delle centrali nucleari, ma annullando la scadenza della loro chiusura per il 2010 e fissandone una nuova per il 2025. Decise, nel frattempo, solo di chiudere i due reattori dell’impianto nucleare di Barsebäck (per il 1998 e per il 2001).
Purtroppo, la Svezia, paese freddo e con alto tenore di vita, è tra le nazioni europee che utilizzano pi ù energia. Il consumo pro-capite di un cittadino svedese è pari a una volta e mezza quello degli altri Stati dell’Ue, mentre l’impiego energetico industriale è il doppio. La Svezia non dispone, sul proprio territorio, di fonti energetiche fossili (carbone, petrolio o gas naturale) e le uniche risorse nazionali sono l’energia idroelettrica, l’energia nucleare e i biocombustibili. Dovrebbe importare circa due terzi del proprio fabbisogno. In 30 anni, la produzione di energia in Svezia è aumentata di quasi il 30%.
Ancora nel marzo del 2002, i partiti sostenitori del Governo, rafforzati dall’analoga decisione del governo rossoverde tedesco, hanno raggiunto una “intesa” che rinnova l’impegno a proseguire gradualmente nella direzione dell’abbandono dell’energia nucleare. Però non solo le centrali sono ancora lì, ma queste ultime forniscono grandi quantitativi di elettricità alla Danimarca, che ha fatto analoga scelta di non av ere centrali nucleari.
Finora, in Svezia (e in Danimarca) non sono state individuate alternative. Ricorrere a un incremento della produzione di energia idroelettrica è impossibile: interi fiumi e corsi d’acqua sono stati posti sotto protezione. Alternative? Favorire la diminuzione del consumo.

3 - continua
(La prima puntata è stata pubblicata il 21 novembre 2004, la seconda il 12 dicembre)