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01-01-2005. Commento di Paolo Fornaciari

Siamo in troppi sulla terra?


La fame nel mondo é figlia della sovrappopolazione? L’idea non è nuova. Cose vecchie. Già ai tempi di Tertulliano (ca. 155 - 245 DC), quando sulla Terra vivevano solo 190 milioni di persone, si denunciava la catastrofe incombente per la sovrappopolazione.
La teoria dell’incompatibilità tra aumento delle nascite e diffusione del benessere risale a Thomas Malthus (1766 – 1834), con il suo “Saggio sul principio di popolazione” del 1798. Lo spunto di questo saggio fu dato dalla nuova legislazione, varata nel 1795, per l’assistenza ai poveri con un sussidio a carico degli abitanti di ogni parrocchia. Malthus si scagliò contro questa legge sostenendo che, mentre la produzione alimentare cresce seguendo una progressione aritmetica (1,2,3,4…), la popolazione cresce invece seguendo una progressione geometria (2,4,8,16…) : per questo motivo l’umanità si sarebbe ridotta alla fame se non avesse fermato la crescita della popolazione. La storia ha dimostrato che Malthus ha sbagliato tutto sia nel metodo che nelle previsioni. Dal punto di vista demografico, se i calcoli di Malthus fossero stati esatti, oggi la popolazione mondiale conterebbe 256 miliardi di individui e invece abbiamo appena raggiunto la soglia dei sei miliardi. Per quanto riguarda la crescita della produzione Malthus non tenne in alcun conto gli effetti del progresso tecnico e della crescita del capitale umano. Ma sulla bontà del progresso umano e civile degli ultimi secoli, realizzato anche grazie agli enormi avanzamenti in campo scientifico e tecnologico, non ci sono dubbi. E’ vero che tra il 1820 il 1990 la popolazione mondiale si è quintuplicata, ma nello stesso periodo l’economia nel suo complesso è cresciuta di 40 volte. Il mondo moderno offre all’umanità grandi opportunità. La ricerca scientifica, lo sviluppo economico, la disponibilità di alimenti e i progressi della scienza medica forniscono la prospettiva di una vita in continuo miglioramento, come mai è accaduto in tutta la storia del genere umano.
Da tempo ci si domanda se la crescita della popolazione, l’avanzamento della scienze ed il progresso economico rappresentino un vantaggio o siano invece la causa di un crescente danno all’ambiente naturale. Tra di esse si sono distinte due posizioni interpretative in forte contrasto tra di loro :
* da una parte la visione più “pessimista”, quella di coloro che si rifanno alle teorie di Malthus, i quali considerano l’incremento demografico e lo sviluppo industriale ed economico fenomeni letali per la sopravvivenza ambientale del pianeta Terra.
* dall’altra parte ci sono invece i pensatori più “ottimisti”, i quali ritengono che la crescita demografica ed il progresso scientifico ed economico siano la migliore espressione delle capacità umane di progredire e indicano in questi avanzamenti la più sicura garanzia di una sempre migliore protezione dell’ambiente. Questa scuola di pensiero indica nell’uomo la più grande ricchezza del pianeta. .
La prima Conferenza globale e intergovernativa sulla popolazione è stata tenuta a Bucarest nel 1974, seguita, dieci anni dopo dalla seconda Conferenza globale sulla popolazione (“International Conference on Population”) svoltasi a Città del Messico nel 1984. Questa seconda Conferenza, andava oltre il risultato di Bucarest, suggerendo di tenere in conto la necessità di uno sviluppo economico sostenibile a lungo termine dal punto di vista ambientale.
La definizione più diffusa a livello internazionale di sviluppo sostenibile è quella fornita nel 1987 dal rapporto "Our Common Future" (WCED 1987) della Commissione Indipendente per l'ambiente e lo sviluppo (“World Commission on Environment and Development”, WCED) presieduta dal primo ministro norvegese, Signora Gro Harlem Brundtland .
La definizione di "sviluppo sostenibile", come "sviluppo che risponde alle necessità del presente senza compromettere la possibilità per le generazioni future di far fronte alle proprie esigenze", si presta a qualche equivoco interpretativo.
Scrive Mihail Gorbaciov, già Presidente dell’URSS, in un articolo dal titolo “Il futuro dimenticato”, pubblicato da “La Stampa” del 26 Agosto 2002:” Avevamo in molti l’impressione che, con la fine della guerra fredda, e con la caduta del muro di Berlino che ne fu il simbolo più visibile, l’umanità avrebbe potuto finalmente guardare al futuro con speranza. Sembrava che la comunità mondiale, liberata dalla paura della minaccia atomica, dagli impacci della contrapposizione ideologica, avrebbe potuto incamminarsi sulla via di uno sviluppo stabile, intraprendere misure urgenti per la lotta contro la povertà e contro gli effetti catastrofici dell’inquinamento ambientale, modificare il carattere della globalizzazione, includendo in essa concetti essenziali come la solidarietà, i diritti umani, le libertà individuali. Purtroppo queste possibilità sono state usate come minimo insufficientemente”.
Non vi è dubbio infatti che l'attuale modello di sviluppo non sia gradito alla maggioranza degli abitanti del pianeta. A fronte di un quinto della popolazione mondiale che vive nei Paesi ricchi con un più che soddisfacente livello di vita, due miliardi di persone e cioè un terzo della popolazione mondiale, non ha accesso a forme di energia commerciale e un miliardo non dispone di elettricità o di acqua potabile. Questo modello di sviluppo, gradito alle popolazioni più benestanti, non può essere certo accettato e condiviso da chi vive al limite della sopravvivenza. L'energia è infatti un bene prezioso, un fattore essenziale e motore trainante per lo sviluppo e il progredire del genere umano, il miglioramento del livello di benessere essendo intimamente legato al consumo medio di energia pro capite, globale o primaria nei Paesi in via di sviluppo o elettrica nelle società più evolute.
Successivamente la Conferenza delle Nazioni Unite su “Ambiente e Sviluppo”, più nota come “Earth Smmit”, tenutasi a Rio De Janeiro nel 1992, costituì una pietra miliare nelle evoluzioni del consenso internazionale sulle relazioni tra popolazione,sviluppo e ambiente.
C'e' ancora molto da fare per vincere il sottosviluppo, che e' la vera causa di problemi come la scarsita' alimentare e il degrado ambientale; ma questo sara' possibile a partire da un concezione più ottimista dell'uomo e delle sue potenzialità.
Ma siamo davvero in troppi? Cominciamo a sgombrare il campo da semplificazioni pericolose, tipo quella che il mondo sarebbe preda di una “esplosione demografica”. E’ vero che fra il 1950 e il 1987 la popolazione mondiale è raddoppiata, siamo passati da 2,5 a 5 miliardi. Però è altrettanto vero che il tasso di incremento, dal 1970, sta costantemente diminuendo (é passato dal 2,1 del 1965-70 all’attuale 1,4%). Che questo “trend” si stia consolidando lo conferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), secondo la quale i tassi totali di natalità (il numero di nascite per ogni donna) sono scesi dal 4,5 del 1970 al 3,3 del 1990. Non solo. L’idea che “fame” e “sovrappopolazione” siano l’una la conseguenza dell’altra implica il pregiudizio che un’alta densità di popolazione debba essere sinonimo di carestia. Se fosse vero, non si capisce perché soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo abbiano una densità di popolazione superiore ai 100 abitanti per kmq, mentre tra i 21 Paesi più ricchi ben 12 superano questa cifra. Un esempio che sfata il luogo comune: la prospera e pulita Olanda ha una densità di popolazione (386 abitanti per chilometro quadrato) immensamente superiore a Kenya e Zimbabwe (52 e 30 abitanti). Giorgio Bianco propone il confronto fra il Giappone, 126 milioni di abitanti e il Madagascar, un paese assai più grande (587 mila kmq contro 377 mila) dove vivono solo 15 milioni di persone. I giapponesi, che solo 60 anni fa sono usciti distrutti da una guerra perduta e vivono in un paese molto povero di risorse naturali, hanno un reddito pro capite fra i più alti del mondo, mentre i malgasci fanno letteralmente la fame. Insomma la popolazione non è inversamente proporzionale allo sviluppo e alla ricchezza. Le cose sono più complesse. E poi gli uomini occupano sul pianeta meno dell¹ 1% della terra emersa.
I dati più aggiornati indicano alcune novità : la prima di esse è il significativo rallentamento della crescita della popolazione mondiale. Le previsioni più attendibili sul numero di persone che nell’anno 2050 abiterà il pianeta si attestano oggi su circa 8.9 miliardi; un numero molto inferiore a molte previsioni del passato. La crescita continua ma con un ritmo minore. La seconda novità riguarda la “capacità di carico” del pianeta : essa non è infinita, ma i dati mostrano che “nel periodo tra il 1961 e il 1998, la quantità di cibo mondiale a disposizione dell’uomo, pro capite, è aumentata del 24%. Oggi si produce una quantità di cibo sufficiente a nutrire adeguatamente la popolazione mondiale”. Grazie all’evoluzione delle pratiche agricole e all’incremento delle rese per ettaro, tale quantità di cibo viene prodotta con un minore utilizzo di terre coltivabili. Inoltre, i progressi registrati nella scienza e nella tecnologia hanno permesso uno straordinario aumento dei livelli di vita : “Dal 1990 al 2000 la popolazione mondiale è aumentata da 1.6 a 6.1 miliardi di persone. Mentre la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata, il prodotto interno lordo (PIL) del mondo è cresciuto da 20 a 40 volte, permettendo al mondo non solo di sostenere una popolazione quattro volte maggiore, ma anche di farlo secondo standard di qualità della vita decisamente più elevati”. Ma la distribuzione delle risorse non è avvenuta in modo equo. Fame e sottosviluppo ed epidemie purtroppo continuano a flagellare una parte dell’umanità, ma esse non dipendono principalmente dalla crescita demografica, ma dalla ingiusta ripartizione delle risorse disponibili: il consumo di energia non è peraltro uniforme su tutto il pianeta : a fronte del 20% della popolazione mondiale che consuma oltre l'80% del totale, esistono Paesi in via di sviluppo che hanno un consumo energetico pro capite anche di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quello dei Paesi maggiori consumatori.
Due miliardi di persone, cioè un terzo della popolazione mondiale, non hanno accesso ad energia commerciale ed un miliardo non dispone di elettricità o di acqua potabile ( per questo muoiono ogni giorno cinquemila bambini). E al di sotto del consumo energetico medio aumenta la mortalità infantile e si riduce la speranza di vita.
Il momento storico che stiamo vivendo non ha precedenti nella storia del mondo : da un lato l'impressionante esplosione demografica al ritmo di quasi cento milioni di persone in più all'anno, dall'altro la diffusione anche nelle più remote regioni del globo attraverso la televisione delle immagini mostranti le inaccettabili differenze nel livello di vita tra i Paesi a più alto reddito e i Paesi più poveri.
L'alternativa è dunque quella di mantenere il divario tra un Nord ricco e prospero ed un Sud in permanente via di sviluppo nel contesto di un nuovo "colonialismo energetico", oppure favorire la crescita del livello di benessere anche nei Paesi del Terzo Mondo, lasciando ad essi significative quote delle fonti energetiche di più facile utilizzo, come suggeriva il Presidente francese Mitterand al Congresso Mondiale dell'Energia (WEC) di Cannes nel 1986.
Bisogna però essere coscienti che la prima alternativa comporta rischi di guerre, conflitti, sabotaggi e migrazioni epocali, mentre la seconda richiede un maggior impegno dei Paesi industrializzati nelle tecnologie più sofisticate. Ne fanno fede i numerosi conflitti e guerre occorse in questi ultimi 40 anni nell'area Medio-Orientale, che detiene i 2/3 delle riserve mondiali di petrolio.
Pochi sembrano rendersi conto che Nord e Sud del pianeta sono uniti da un comune destino, nel senso che l'avvenire del Nord è sempre più interdipendente e interrelato con l'avvenire dei Paesi del Terzo Mondo. Ricordiamo a questo proposito che nell'Atto costitutivo delle Nazioni Unite (1945), così come nella successiva "Dichiarazione dei diritti dell'uomo", accanto alla pace era stata indicata quella dello sviluppo inteso come "progresso economico e sociale di tutti i popoli".
Questo concetto, che non è solo energetico o economico, ma sopra tutto etico, è stato da sempre motivo ricorrente e patrimonio della dottrina sociale della Chiesa Cattolica Romana. Dalla "Rerum novarum" (1891) di Papa Leone XIII alle più recenti encicliche "Sollecitudo rei socialis" (1987) e "Centesimus Annus" (1991) di Papa Giovanni Paolo II cent'anni dopo, che sottolineano i problemi della ingiusta ripartizione dei beni tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: "sono pochi quelli che possiedono molto e molti quelli che non possiedono quasi nulla". O come diceva con disarmante semplicità il Mahatma indiano Gadhi : " La Terra ha abbastanza risorse per le necessità dell'uomo, non per la sua avidità".
Ci sarà bisogno di energia, di molta energia in futuro. Tutte le fonti energetiche oggi conosciute, secondo il WEC, devono essere utilizzate e nessuna abbandonata per motivi idologici e politici o interessi economici.