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22-12-2004. Commento di Paolo Fornaciari

Scorie radioattive: inviarle all'estero?

Sullo smaltimento delle scorie radioattive ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori. C’è chi giudica impossibile il ritorno al nucleare nella produzione di energia elettrica perché una larga maggioranza con il referendum del 1987 ha detto chiaramente di no - anche altri Paesi avrebbero deciso di abbandonarlo e da 15 anni non costruiscono più centrali nucleari - da noi si dice che si sono perse le competenze, che il nucleare è costoso, che le scorie radioattive sono pericolose e costituiscono una inaccettabile eredità per le generazioni future, che il Ministero alle Attività Produttive ha autorizzato la costruzione di 47 nuove centrali a gas e ciclo combinato e che per costruire centrali nucleari occorrerebbero 10 o 15 anni quando a quell’epoca saranno disponibili centrali competitive utilizzanti le nuove fonti rinnovabili o l’idrogeno.

Vediamo di chiarire la situazione. Non è assolutamente vero che una maggioranza “bulgara” abbia sancito l’uscita del nostro Paese dal nucleare con il referendum del 1987. A parte il fatto che il referendum del 1987 non era né poteva essere un referendum pro o contro il nucleare, il numero dei votanti a favore fu del 45% e il referendum divenne valido solo perché una esigua minoranza non ritenne di astenersi – se l’avesse fatto il referendum non sarebbe stato valido – e votò no. In ogni caso, il Parlamento italiano, il mese successivo al referendum, approvò una sospensione (“moratoria”) di 5 anni per le nuove costruzioni nucleari, previste poi anche dall’ultimo Piano Energetico Nazionale approvato (PEN 88). A rinunciare al nucleare furono invece nei 4 anni successivi i Governi Craxi (chiusura della Centrale di Latina e del Progetto Unificato), De Mita (“riconversione” di Montalto) ed infine Andreotti (chiusura definitiva di Trino Vercellese e Caorso), il 27 Luglio 1990, esattamente una settimana prima che Saddam Hussein invadesse il Kuwait e nonostante i pareri contrapposti delle due Camere. La Camera dei Deputati aveva infatti deciso, il 12 giugno 1990 di “chiudere in via definitiva” le due centrali, mentre il Senato, più responsabilmente, aveva approvato in precedenza (16 maggio 1990) un ordine del giorno nel quale si impegnava il Governo “a presentare al Parlamento entro il 30 novembre 1990 “l’aggiornamento del quadro di riferimento contenuto nel Piano Energetico Nazionale” e all’inizio di dicembre scoppiava la guerra del Golfo! Sul referendum vale la pena di citare quanto scriveva 65 anni fa Paul Valery nel suo Saggio “Sguardi sul mondo attuale” : “La politica fu in primo luogo l’arte di impedire alla gente di immischiarsi in ciò che la riguarda. In un’epoca successiva si aggiunse l’arte di costringerla a decidere su ciò che non capisce”. Non è vero che le competenze siano andate disperse, perché i nostri tecnici dell’Enel hanno continuato a lavorare all’estero con gli americani del prestigioso Istituto di Ricerca delle Società elettriche USA (EPRI), con le maggiori Società elettriche europee nell’ambito del progetto del reattore pressurizzato europeo ( EPR), quelli dell’Ansaldo in Romania per la realizzazione della centrale nucleare di Chernavoda e quelli della SOGIN in Armenia per il riavvio dopo oltre 10 anni di fermata a causa di un terremoto, della centrale nucleare di Medzamor. Non è neppure vero che anche altri Paesi abbiano abbandonato il nucleare e che non si costruiscono più impianti. Lo ha fatto la Finlandia ordinando la propria quinta centrale nucleare, lo ha deciso la Francia di costruire il primo EPR a Flamenville in Normandia e nuovi programmi nucleari sono stati anticipati da Cina, UK e USA. Sulla competitività delle nuove e più efficienti centrali a gas e ciclo combinato, esistono oggi molti dubbi in relazione all’aumentato prezzo del gas che rende difficile trovare Istituti bancari disponibili a finanziare centrali elettriche non più remunerative. Veniamo alle scorie : si è discusso molto in passato se fosse preferibile lo “dry disposal” o il “reprocessing”. Questa seconda opzione tecnologica consente di ricuperare e riciclare l’uranio e il plutonio, il cui costo però, secondo recenti studi giapponesi è da 2 a 4 volte maggiore di quello del “dry disposal”. Per lo smaltimento sono utilizzate le soluzioni in superficie o in formazioni geologiche stabili: la prima è spesso considerata come transitoria (“interim storage”) per passare poi a quella definitiva in rocce profonde (500 o 1000 m.). Lo smaltimento diretto, senza “reprocessing” in formazioni profonde è stato usato in Finlandia, Svezia e Regno Unito, quello diretto in superficie da Canada, Spagna e Sud Korea, mentre altri Paesi hanno preferito il “reprocessing” con il riciclo del materiale fissile.

L’Italia ha scelto una terza soluzione : l’invio all’estero. Una “abilissima mossa politica”, l’ha giudicata il Professor Tullio Regge. “Costerà cara, ovviamente. La Francia e l’Inghilterra non si prendono mica gratuitamente le nostre scorie. Ho letto che l’intero trasferimento dovrebbe ammontare a circa 300 milioni di euro. N compenso il governo si è assicurato con questa mossa i voti dei Comuni in questione”. La spedizione all’estero non risolve il problema, anzi lo aggrava. Indipendentemente dal maggior costo, i prodotti del ritrattamento infatti, ai sensi della normativa internazionale, dovranno ritornare nel Paese che li ha prodotti, la quantità in volume sarà maggiore di quella inviata e la Sogin si troverà a prosciugare quasi il Fondo trasferitole dall’Enel per il decommissioning finale (1548 miliardi di vecchie lire, stimato sufficiente a coprire i costi da sostenere per lo smantellamento nell'ipotesi di "Custodia Protettiva Passiva", contro i 7500 miliardi per lo “smantellamento accelerato). In sostanza una spesa che non risolve, ma rinvia il problema, anzi lo complica per le maggiori difficoltà connesse con lo stoccaggio del plutonio rispetto agli elementi combustibili e spesa che dovrà esser coperta da un nuovo aumento della tariffe elettriche, già ora le più alte in Europa. L’estrazione del plutonio attraverso il riprocessamento, aveva un senso fin tanto che l’Italia doveva fornire la sua quota di plutonio alla centrale nucleare veloce Superphoenix di Creys Malville, ma dopo la chiusura della centrale (giugno 1997), il riprocessamento del combustibile irraggiato è diventata una opzione non conveniente, tanto è vero che la Germania ha disdettato il contratto con BFL. Si parla per il nostro Paese di una spesa di 300 milioni di euro per 250 tonnellate, pari a 1200 euro/Kg cifra destinata probabilmente a crescer per le spese di trasporto e mantenimento in Gran Bretagna, ove il sito unico nazionale non fosse pronto. Cifra in ogni caso già ora doppia a quella necessaria per riavviare le centrali nucleari di Caorso e di Trino Vercellese. La decisione di inviare le scorie radioattive all’estero viene presa il giorno dopo che il Consiglio Comunale di Milano, aveva approvato una mozione per il riavvio delle centrali nucleari dismesse ancora agibili e di cominciare lo studio per nuovi impianti con le tecnologie più moderne e sicure oggi disponibili, per superare la crisi energetica e rilanciare crescita e sviluppo.