12-12-2004.
LA PADANIA - pagina 7, di Roberto Schena
[pubblicato per gentile concessione dell'autore]
E' la fonte energetica più "calunniata".
Forse perché procura meno danni
Tutte le "cretinate" sul nucleare
Le vittime delle centrali idroelettriche sono 7.600, ma nessuno
pensa di chiuderle
Chernobyl è stata solo una delle immani tragedie comuniste:
perché dobbiamo pagarle noi?
Grazie ai 150 reattori europei, lItalia spunta per il petrolio un
prezzo calmierato
È vero, l’idea di produrre energia dal nucleare sta
decisamente invecchiando. Se ne farebbe volentieri a meno (e a tal
proposito si potrebbe anche suggerire agli enti locali di sprecarne
meno: non serve illuminare a giorno ogni angolo delle città).
Tuttavia, non è che fonti come il petrolio o l’acqua
siano “più giovani” o “meno pericolose”.
Anzi. Sono più vecchie di almeno 70 anni e in quanto a disastri
ambientali, beh, sono sotto gli occhi di tutti. Le 1900 vittime
del solo Vajont, quando il 9 ottobre 1963 crollò un pezzo
di montagna sulla diga della relativa centrale idroelettrica, sono
infinitamente maggiori delle poche centinaia di vittime provocate
dalle radiazioni dovute ai guai occorsi alle centrali nucleari di
tutto il mondo, Chernobyl esclusa, s’intende. Ma il caso di
Chernobyl, con le sue decine di migliaia di morti nell’arco
di 15 anni, è del tutto particolare, frutto di un sistema
politico mostruoso, deforme, criminale in ogni suo aspetto, che
in 70 anni di esistenza si è reso responsabili di molti milioni
di morti innocenti. Le vittime di Chernobyl appartengono a un regime
disumano dove l’apparato delle verifiche non era a sua volta
controllato da una società democratica, tantomeno da una
libera stampa. Chernobyl non è stata che una delle numerosissime,
immani tragedie dovute al comunismo, e nemmeno la più devastante.
Riguardo le centrali idroelettriche, di argomenti, per i super puristi
dell’ambiente, ce ne sarebbero parecchi: i laghi artificiali
alterano pesantemente l’habitat prealpino, distruggono le
incomparabili bellezze delle cascate naturali (quindi indeboliscono
l’economia turistica), modificano, e non poco, il clima locale
e regionale, la fauna, la vegetazione. Il rapporto diga-territorio
è molto serio e problematico, por ta con sé una variante
infinita di incognite. Il Servizio Nazionale Dighe, che ne controlla
522, ha un bel da fare per star dietro ai problemi statico-geologici
e ai relativi controlli. Le dighe hanno fatto nel mondo circa 7.600
morti, inclusi i disastri italiani del Gleno, con 500 vittime nel
1923, del Vajont (provocato dall’instabilità della
montagna, non dal crollo della diga in sé) e della Val di
Stava con 269 vittime nel 1985.
Ma in Italia, nemmeno dopo il Vajont qualcuno ha pensato di chiuderle
tutte, proprio perché ritenute giustamente sicure, un argomento
che nel caso delle nostre quattro centrali nucleari dismesse dopo
il referendum del 1987, non si è voluto ascoltare. Dopo il
recente terremoto sul Garda bresciano non si è certo pensato
di chiudere o svuotare gli invasi artificiali a monte e, in particolare
quelli della grande diga di Valvestino: eppure, pende sulla testa
di 40 mila abitanti (altro che Longarone!), collocata com’è
esattamente nell’epicentro dello smotta mento che ha colpito
Salò e il Garda bresciano, nel cuore stesso di una ben conosciuta
area sismica capace di due autentici disastri in un secolo.
L’autentica psicosi che ha invaso gli italiani dopo Chernobyl
ha condotto ogni Comune di questo Paese a rifiutare qualsiasi deposito
di materiale radioattivo, anche se sono scarti di comuni radiografie.
La recente decisione del governo di sotterrare nel comune di Scanzano
Ionico, in Basilicata, 80.000 tonnellate di scorie nucleari ha suscitato
un’autentica rivolta regionale. Eppure, anche un grande deposito
di scorie resta infinitamente meno radioattivo di un vulcano, spento
o funzionante che sia. E il suolo della Penisola è in gran
parte composto da materiale vulcanico, da sempre ampiamente estratto
per farne mattoni, lastre e ogni altro uso in costruzioni edili.
Contiene radon, gas radioattivo naturale incolore e inodore, prodotto
dal decadimento radioattivo del radio, generato a sua volta del
decadimento dell’uranio in centinaia d i migliaia di anni.
Il radon fuoriesce dal terreno come dai materiali utilizzati per
le costruzioni (perfino dalle acque di falda); si disperde nell’atmosfera
ma si accumula quando è rinchiuso negli ambienti delle case,
dove viene respirato. Tale gas è la seconda causa di tumore
polmonare dopo il fumo di sigaretta. In quasi tutte le regioni appenniniche,
dalla Toscana alla Sicilia, dove tufi e travertini continuano a
essere impiegati ovunque, le relative cave non sono certo fuorilegge.
La Basilicata è esposta al radon come il Lazio e la Campania.
Nel Nord, uguali esposizioni si registrano in Veneto, Liguria, Friuli
Venezia Giulia. Nel solo Veneto ogni anno contraggono cancro polmonare
provocato dal radon circa 300 persone.
Vogliamo immaginarla un’Europa senza più reattori dall’oggi
al domani, come si è fatto in Italia dopo il referendum del
1987? Poiché in Europa, date anche le latitudini, il consumo
energetico coperto dal nucleare è mediamente un terzo del
fabbisogno, il p rezzo del petrolio aumenterebbe di altrettanto.
Stiamo parlando, infatti, di Paesi spesso molto freddi sei-sette
mesi su dodici, con circa 300 milioni di persone, dove la luce e
calore naturali sono “avari”. Senza il nucleare, il
petrolio greggio costerebbe oggi 57 dollari il barile. È
un calcolo basato sul prezzo attuale, che è di 43 dollari
il barile, ma com’è noto il suo prezzo raggiunge volentieri
i 50 dollari. In questo caso, senza il nucleare, pagheremmo realisticamente
tra i 65 e i 67 dollari. Una follia, altro che “oro nero”.
Dunque, il paradosso italiano resta tutto: compriamo il 16% di energia,
pagandolo più caro e con gli stessi rischi, soprattutto dai
francesi che hanno raggiunto con i loro 69 reattori il 75% del fabbisogno.
Ed è proprio grazie grazie alle scelte che hanno saputo fare
gli europei, ai loro 150 reattori operanti, se l’Italia può
usufruire di un minore prezzo del greggio, se il suo debito pubblico,
già alle stelle, non è maggiore. E senza il nucleare,
i Pa esi dell’Est consumerebbero rapidamente tutte le loro
riserve in valuta pregiata, con tanti addii al loro sviluppo e un
nuovo rapporto di subordinazione con la Russia.
2 - continua (La prima puntata è stata pubblicata il 21 novembre)
|