21-11-2004.
LA PADANIA - pagina 9 [pubblicato
per gentile concessione dell'autore]
Nucleare, tutti pazzi gli europei?
di Roberto Schena
Tutti pazzi questi svedesi. E tutti pazzi i francesi, i tedeschi,
i britannici. Per non parlare degli spagnoli. Tutti i Paesi europei,
nessuno escluso, a parte la sola Italia, ricavano energia dall’atomo
per almeno un terzo del loro fabbisogno. Che cosa avrà mai
indotto alcune tra le popolazioni più civili e progredite
del pianeta a dotarsi di un ampio sistema di centrali nucleari,
magari a ridosso dei maggiori centri abitati? La follia? Per noi
italiani, senza energia atomica, resta un paradosso. Ma a nostro
sfavore.
Appena al di là delle Alpi c’è il Paese proporzionalmente
più nuclearizzato del mondo, la Francia, che dai suoi ben
59 reattori ricava il 75% dell’intero suo fabbisogno energetico.
Basterebbe questo dato a ridicolizzare la scelta negativa fatta
in Italia col referendum del 1987. Ora, che cosa ha comportato non
avere una p olitica energetica? Nel solo 2003, l'Italia ha comprato,
a caro prezzo, elettricità da Paesi limitrofi per il 15,9%
dei consumi nazionali: il Belpaese è così il maggiore
importatore di energia elettrica, oltretutto interamente nucleare.
L’Italia “ecologica” non fabbrica energia atomica,
ma fa funzionare quella dei Paesi limitrofi.
Resta da chiedersi che cosa possa mai avere indotto i francesi a
costruire ben sei centrali nucleari nel raggio di circa nemmeno
100 chilometri dalla loro adoratissima capitale. O gli svedesi a
piazzarne una delle cinque proprio a ridosso di Stoccolma. Si potrebbe
continuare con la Germania: la celeberrima Valle della Ruhr, nella
quale vive quasi metà della popolazione tedesca, dove sono
concentrate le maggiori metropoli industriali, quali Francoforte,
Colonia, Coblenza, Stuttgart, Bonn, Essen, ospita buona parte delle
19 costruite nel Paese, fra un centro abitato e l’altro. Una
è vicina ad Amburgo, tre si trovano fra Monac o e Norimberga.
Tutti pazzi questi tedeschi, allora? E che dire della Svizzera,
che ne ha cinque, fra cui una a pochi chilometri da Berna? Le cinque
centrali svizzere congiungono in realtà una lunghissima fila
di centrali appena al di là delle Alpi, che partono dal Mezzogiorno
francese per arrivare in Germania (vedere cartina). È da
questa “fila” di centrali che l’Italia compra
energia. La ragione per cui in Italia la luce elettrica costa mediamente
un 15-20% in più rispetto alla media europea, come denunciato
dalle associazioni dei consumatori e come spesso lamentato dalle
associazioni di imprenditori, è proprio questa: dopo l’esplosione
di Chernobyl e il referendum contro l’energia atomica nel
1987, che si tenne a breve distanza dal fattaccio, la compriamo
dalle centrali atomiche della Francia e della Svizzera.
Il torto del nucleare è avere permesso di evitare il rilascio
di più di un miliardo di tonnellate di CO2 (anidride carbonica),
il principale elemento dell’effetto serra, che sarebbe stato
immesso in atmosfera se questa energia, anziché col nucleare,
la si fosse dovuta produrre con petrolio o gas. E l’uranio
come materia prima non è fonte di sanguinosissime tensioni
politiche internazionali, come quelle determinate invece dal problema
del controllo sulle fonti del petrolio e del gas naturale.
Lecito allora porsi una domanda su chi siano veramente i “pazzi”:
sono i Paesi europei o coloro che, con un referendum tenuto ormai
quasi venti anni fa, quando imperava una più discreditata
classe politica, continuano a rinunciare a ogni programma di sfruttamento?
La logica, infatti, non torna.
Solo di oneri derivanti dal referendum che nel 1987 ha abolito il
nucleare, l'Italia sta pagando 4 miliardi di euro per lo smantellamento
delle quattro centrali dismesse e lo smaltimento di oltre 100 mila
metri cubi di rifiuti legati a questa attività. E c’è
dell’altro. Le norme europee in materia di sicurezz a sono
severissime, ma qualora nell’improbabile ipotesi “esplodesse”
uno dei reattori che partono dal Mezzogiorno francese a pochi chilometri
dall’Italia e raggiungono la Svizzera, quindi il sistema operante
in Germania, i danni non sarebbero diversi da un analogo incidente
riguardante un’ipotetica centrale padana. Basta un soffio
di vento per portare qui la nube di particelle radioattive liberata
nel caso di un incidente. È stato calcolato che le centrali
estere, “a rischio” per la Padania, sono 13. A rischio?
I modelli più recenti sono basati sulla sicurezza intrinseca:
ciò significa che una centrale atomica non può più
esplodere, come a Chernobyl: ipotizzando il peggiore dei problemi
possibili, il reattore si spegne ed è protetto da gusci multipli.
A quale rischio reale sono dunque esposte Madrid e Barcellona, che
hanno due centrali nucleari ciascuna a pochissimi chilometri dall’abitato?
Londra ne ha addirittura due propri o in casa, esattamente nel territorio
comunale: si chiamano centrale di Bradwell 1 e 2. Poi ce ne sono
altre due a Nord e a Sud della capitale, a meno di 100 chilometri.
E ce ne sono altre 11 lungo tutta la costa britannica occidentale.
Sostenere che non ci sono mai stati problemi nella gestione di tali
impianti in Europa sarebbe francamente disonesto. Però sono
stati tutti problemi risolvibili in poche ore e a parte il caso
di pochi tecnici addetti ai lavori non si sono mai verificati allarmi
o danni per le popolazioni. D’altra parte, i reattori sono
strutture complessissime, ad altissima tecnologia: metà delle
centrali esistenti qualche problema lo hanno avuto, ben lontano
però dalla misura paventata dopo Chernobyl. Non si hanno
casi di “esplosioni” o di malattie tipiche nei vasti
centri interessati; non c’è stata alcuna catastrofe.
Le 13 centrali straniere a un passo da casa nostra, sono considerate
dall'Anpa, l'Agenzia nazionale per la protezione ambientale, come
se fossero praticamente nel territorio italiano, ai fini delle conseguenze
di un incidente rilevante sulla popolazione e sugli ecosistemi naturali.
Però l’Italia dipende lo stesso dal petrolio e dal
gas metano come nessun’altro Paese europeo. Il paradosso:
corriamo gli stessi rischi pagandoli di più. In Europa, oltre
l’Italia, sono quattro i Paesi che hanno rinunciato all’atomo:
Germania, Svezia, Belgio e Olanda. Le loro attuali centrali continueranno
però a funzionare fino alla fine del ciclo produttivo, al
termine del quale - fra 20 anni circa - non saranno sostituite.
Ma l’influenza degli ambientalisti nei governi europei non
è definitiva: altri governi, altre coalizioni politiche potranno
cambiare indirizzo. Anche perché da qui al 2025 in quei Paesi
dovrebbe essere smantellata una cinquantina di centrali nucleari,
operazione tecnicamente molto complessa e che richiede, come abbiamo
visto per l’Italia con i suoi soli 4 impianti, ing enti risorse.
(1 - Continua)
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