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05-02-2005.
Intervento
di Paolo Fornaciari al
Convegno del 3 febbraio a Roma
Ritornare
al nucleare
Nel ringraziare gli On.li Vito e Frigerio, per l’invito rivoltomi
a partecipare a questo Convegno di Forza Italia, su “ Energia.
Il futuro del nostro sviluppo”, desidero esprimere il più
vivo compiacimento per le autorevoli, lungimiranti e coraggiose dichiarazioni
rilasciate dal Presidente del Consiglio, On. Silvio Berlusconi, per
riconsiderare, dopo 18 anni di colpevole silenzio, la necessità
di ritornare al nucleare nella produzione di energia elettrica, tema
fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico del nostro Paese.
Dichiarazioni che hanno riscosso un entusiastico consenso popolare,
testimoniato anche dal sondaggio on line del Corriere della Sera,
del 72%.
Si tratta di una sfida culturale, come l’ha giustamente definita
l’On. Scajola, che come tale, per esser accolta, richiede la
consapevolezza della gente sulla necessità di ritornare al
nucleare nella produzione di energia elettrica e quindi una chiara,
obiettiva e convincente campagna di informazione. Assistiamo invece
alla diffusione di notizie che disorientano, preoccupano quando non
spaventano la popolazione. Si dice che l’Italia è uscita
dal nucleare con il referendum del novembre 1987 e che anche altri
Paesi starebbero per seguire il nostro esempio, che le competenze
sono ormai disperse, che tornare indietro sarebbe impossibile e richiederebbe
10 o 15 anni, che il nucleare è costoso, pericoloso e favorisce
la proliferazione militare e che lo smaltimento delle scorie radioattive
non è stato risolto e costituisce un’inaccettabile eredità
per le future generazioni. Tutte cose non vere!
Non è stato il referendum, che, ai sensi dell’articolo
75 della nostra Costituzione, non poteva essere un referendum pro
o contro il nucleare : la nostra Costituzione infatti vieta referendum
abrogativi per leggi tributarie e di autorizzazione a ratificare trattati
internazionali. E l’Italia, trenta anni prima, con gli Atti
di Roma, aveva preso il solenne impegno di “sviluppare una potente
industria nucleare”. Non il Parlamento, che al contrario, con
la mozione del successivo dicembre, aveva deliberato una sospensione
per 5 anni delle nuove costruzioni nucleari, più una pausa
di riflessione che non una “pietra tombale”, come poi
si userà dire. Non l’ultimo Piano Energetico approvato
(PEN’88) che anzi invitava a sviluppare, nel quadro di una ampia
collaborazione internazionale, progetti di reattori nucleari facenti
largo impiego di sicurezze intrinseche o passive. Non esiste dunque
alcun impedimento né parlamentare né tanto meno tecnico,
come esperienze estere hanno dimostrato e stanno dimostrando. Lo ha
affermato il Senatore a vita, Giulio Andreotti, intervenendo ad un
Convegno della Accademia dei Lincei, nel 2001 e più recentemente
l’ex Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Emilio Casavola
: non occorre un altro referendum o una nuova legge se si decide di
ripartire.
Non è vero che anche gli altri Paesi industriali stiano abbandonando
il nucleare : non lo ha fatto la Svizzera che ha deciso di non costruire
nuove centrali, ma non ha certo fermato quelle funzionanti. Non lo
ha fatto la Svezia, a seguito del referendum del 1980, per le difficoltà
di mantenere altrimenti il livello di vita raggiunto. Non lo farà
la Germania che si è presa 30 anni di tempo. C’è
chi ha detto del nucleare “è una occasione persa ed è
inutile piangere sul latte versato” o chi sostiene che ''I tempi
non sono maturi'' e l'opinione pubblica ''non lo accetterebbe''. E’
diffusa convinzione, a livello politico, che gli italiani siano contrari
all’uso dell’energia nucleare per la produzione di energia
elettrica, mentre un recente sondaggio della UE (Eurobarometer 56)
indica che la percentuale dei favorevoli al nucleare, è del
57% in Francia e del 54% in Italia.
Le competenze ci sono tuttora perché i nostri tecnici, impediti
di farlo in Italia, hanno continuato a lavorare all’estero,
negli USA con il prestigioso Centro di Ricerca delle principali Società
elettriche statunitensi, l’EPRI di Palo Alto in California,
in Francia con la Framatome e la Siemens tedesca per il progetto del
nuovo rettore nucleare europeo, l’EPR, che sarà costruito
ad Okhiluoto in Finlandia e a Flamanville (Normandia) in Francia,
in Romania dove l’Ansaldo ha partecipato con l’AECL canadese
alla costruzione della centrale nucleare di Chernavoda e la SOGIN
per il riavvio della centrale armena di Medzamor. Sostenere poi che
c’è scarsa convenienza economica delle attuali centrali
nucleari, è risibile : perché allora dovremmo acquistare
energia elettro-nucleare non solo da Francia, Svizzera, Germania e
perfino dalla Slovenia, da una centrale nucleare dello stesso tipo
di quella che stiamo smantellando a Trino Vercellese, od acquistare
una partecipazione nella Società elettrica della Slovacchia,
Slowenske Elektrarne ?
Secondo, Alberto Nagel, Direttore Generale di Mediobanca : «Mediobanca
valuterebbe con favore un investimento nel settore energetico se si
trattasse di una iniziativa privata, se magari contemplasse, ove consentito
dalla legge, il ricorso al nucleare, perché ritengo che in
un sistema Paese come l'Italia, rinunciare a priori al nucleare sia
una cosa su cui riflettere». Non è neppure vero che ci
vogliano dieci o quindici anni per costruire una centrale nucleare.
Rappresentanti della Westinghouse in un recente incontro con il Direttore
del Dipartimento Energia, Prof. Sergio Garribba al Ministero delle
Attività Produttive hanno affermato che le nuove centrali nucleari,
largamente prefabbricate in officina, possono essere messe in servizio,
dal primo getto di calcestruzzo in cantiere all’avviamento,
in 36 mesi. E chi esprime dubbi sulla capacità imprenditoriale
italiana, dovrebbe ricordare che le nostre prime tre centrali nucleari
furono realizzate in tre anni e le competenze tecniche di allora non
erano certo superiori a quelle di oggi.
Sui costi, come ha mostrato la recente gara per la quinta centrale
nucleare della TVO finlandese, il nucleare stravince anche senza tener
conto dei "costi esterni". I dati della gara resi noti nell'agosto
2003 - quando il prezzo del gas naturale era 2 $/MBTU e non i 6 o
9 di oggi - indicano i seguenti costi dell'energia elettrica in centesimi
di euro per kWh : nucleare 2.37, carbone 2.81, gas 3.23 (sulla base
di un fattore di utilizzo del 91%, tasso di interesse del 5% e 40
anni di vita). Tenendo conto dei costi esterni a 20 Euro/ton di CO2,
il prezzo dell'elettricità per carbone e gas aumenta a 4.43
e 3.92 Eurocent/kWh rispettivamente. Sulla sicurezza, si dovrebbe
ricordare che Chernobyl è un caso molto particolare, unico
nel suo genere. Si tratta di un reattore nucleare derivato da progetti
militari, infatti l'irraggiamento medio del combustibile allo scarico
è la metà di quello dei reattori ad acqua leggera con
lo scopo di aumentare la produzione di plutonio. E' instabile e quindi
pericoloso: la mancanza di acqua refrigerante aumenta la reazione
nucleare e la potenza, mentre nei reattori "occidentali"
la spegne. Funziona a temperature troppo elevate, superiori alle soglie
di reazione chimica, con possibilità di produrre, come avvenne,
gas esplosivi. Privo di un adeguato sistema di contenimento e con
il reattore alloggiato in un edificio con tetto a capriata, come le
nostre chiese medioevali. Veniamo infine alle scorie : si è
discusso molto in passato se fosse preferibile il “dry disposal”
o il “reprocessing”. Questa seconda opzione tecnologica
consente di ricuperare e riciclare l’uranio e il plutonio, il
cui costo però, secondo recenti studi giapponesi è da
2 a 4 volte maggiore di quello del “dry disposal”.
Per lo smaltimento sono utilizzate le soluzioni in superficie o in
formazioni geologiche stabili: la prima è spesso considerata
come transitoria (“interim storage”) per passare poi a
quella definitiva in rocce profonde (500 o 1000 m.). Lo smaltimento
diretto, senza “reprocessing” in formazioni profonde è
stato usato in Finlandia, Svezia e Regno Unito, quello diretto in
superficie da Canada, Spagna e Sud Korea, mentre altri Paesi hanno
preferito il “reprocessing” con il riciclo del materiale
fissile. L’Italia ha scelto una terza soluzione : l’invio
all’estero. Una “abilissima mossa politica”, l’ha
definita ironicamente il Professor Tullio Regge. “Costerà
cara, ovviamente. La Francia e l’Inghilterra non si prendono
mica gratuitamente le nostre scorie : l’intero trasferimento
dovrebbe ammontare a circa 300 milioni di euro e inoltre, ai sensi
della normativa internazionale, i prodotti del riprocessamento, incluso
il plutonio, dovranno ritornare nel Paese di origine.
Cinquanta anni fa un geologo americano, tale Martin King Hubbert,
sviluppò una teoria in base alla quale arrivò a prevedere,
era il 1956, che la produzione petrolifera del suo Paese avrebbe iniziato
a declinare all'inizio degli anni '70. Fu pesantemente criticato dall'industria
petrolifera del suo Paese, considerato un pessimista e visionario,
un po' come da noi successe trenta anni fa a Carlo Donat Cattin che
voleva fare trenta centrali nucleari per il PEN '74. Ma Martin King
Hubbert ebbe ragione : nel 1971, esattamente come lui aveva previsto
quindici anni prima, la produzione di petrolio negli USA cominciò
a diminuire. Nel 1958 Campbell e Laherrere, nell’articolo "La
fine del petrolio a buon mercato" (Le Scienze, n° 357 del
Maggio 1998), scrivono : “The world is not running out of oil—at
least not yet. What our society does face, and soon, is the end of
the abundant and cheap oil on which all industrial nations depend.
Alla fine degli anni '90 e nei primi anni 2000, altri esperti e prestigiosi
analisti petroliferi internazionali, quali Kenneth S. Deffeyes, Gerald
Leach, Andrey Weissman, Jack Kisslinger, Rodney Adams e Septimus Van
der Linden, riprendendo il modello di Hubbert lo hanno applicato a
livello mondiale : il risultato é stato che il picco di Hubbert,
cioé il momento in cui la produzione petrolifera mondiale non
sarà più in grado di far fronte alla domanda, si verificherà
tra il 2004 e il 2008, dopo di che il divario tra domanda e produzione
si allargherebbe al ritmo di 2Mb/g all’anno e il prezzo del
barile potrebbe raddoppiare in soli cinque anni! La carenza di combustibile
potrebbe mettere in crisi trasporti e agricoltura per i costi di trasporto
insostenibili. Tutto questo era ben noto ai Governi di Russia e Stati
Uniti e spiega forse le guerre in Cecenia e in Iraq.
Siamo in presenza di una transizione energetica epocale, simile a
quella che la generazione che ci ha preceduto, ha vissuto cento anni
fa con il passaggio dal carbone al petrolio. L’era del petrolio
a bassi prezzi, sta per finire, forse è già finita.
Il prezzo del barile di petrolio è schizzato dai 18 dollari
del gennaio 2002 ai 45 dollari di fine 2004, e noi che nella generazione
elettrica siamo eccessivamente “idrocarburi dipendenti”
(80% contro la media UE del 20%), ne subiamo le peggiori conseguenze
con bollette elettriche che, per le utenze maggiormente significative
(domestiche da 3500 kWh/anno e industriali da 2 GWh/anno), sono quasi
doppie – e non del 20 o 30% maggiori, come erroneamente si dice
- di quelle dei Paesi con cui dovremmo competere. Proprio nei giorni
scorsi, il 12 gennaio 2005, il Corriere della Sera riportava il confronto
del prezzo dell’energia elettrica tra Italia (80 Euro/MWh) e
la Lituania nuclearizzata al 90% (40 Euro/MWh).
Eppure molti, ancorché autorevoli economisti, continuano ad
illudersi e ad illudere che il completamento del processo di liberalizzazione
del settore energetico potrà consentire la riduzione delle
nostre bollette elettriche, le più elevate in Europa. Ma non
è assolutamente vero, perché l’80% del costo di
produzione, nel nostro caso, è dovuto a combustibili soggetti
a “cartello” e non a “mercato”. La liberalizzazione,
la concorrenza e il libero mercato, non bastano, non servono nel caso
energetico, anzi possono essere controproducenti come insegna la recente
crisi della California del 2000/2001. Le imprese infatti non investono
se non hanno la conoscenza certa del numero di clienti cui vendere
l’energia elettrica prodotta. Non a caso i Padri Fondatori del
sistema elettrico italiano, cinquanta anni fa, si erano intelligentemente
ripartiti il territorio nazionale in aree di competenza, evitando
accuratamente di farsi concorrenza tra di loro. Le bollette non scenderanno.
Per far diminuire il costo dell'energia elettrica, più che
“liberalizzare”, occorre "diversificare" le
fonti, usare anche noi più carbone e ritornare al nucleare,
le fonti energetiche più usate in tutta Europa per la produzione
di energia elettrica. Dal 1973 ad oggi gli altri Paesi dell’Unione
Europea, tutti, tranne il nostro, hanno ridotto considerevolmente
l’impiego di idrocarburi nella produzione di energia elettrica:
la Francia dal 45% al 2%, la Germania dal 23% al 1.5%, la Svezia dal
19% al 3%, il Belgio dal 78% al 15 %. Noi invece siamo passati dal
64% al 69%! Cosa fare? Liberalizzare e privatizzare serve, ma nel
caso dell’energia elettrica serve poco. Il problema della perdita
di competitività non è un problema di competizione,
ma di diversificazione delle fonti energetiche ! In questa situazione
é molto difficile per le nostre imprese competere, anche se
c’è chi come il Presidente dell‘IRS, Professoressa
Pia Saraceno afferma che “l’inflazione italiana risente
sì degli aumenti a monte dettati dall’energia, ma questi
aumenti non si trasmettono a valle sui beni e sui servizi”,
o il Chief Economist di Palazzo Chigi, Prof. Renato Brunetta che sostiene
che il “caro greggio” ha un “effetto molto modesto,
quasi nullo, sul PIL”, mentre il Ministro Antonio Marzano più
correttamente dice : “Tutti sanno che l’energia è
un bene pervasivo nel sistema economico, i cui aumenti di prezzo si
propagano in maniera generalizzata sugli altri prezzi”. Secondo
il Presidente di Federacciai, Giuseppe Pasini il costo dell’energia
elettrica nella siderurgia incide sul prezzo del prodotto finito per
il 35%, ciò spiega le recenti crisi alla Ast di Terni, all’ILVA
di Cornigliano (GE) e alle industrie dell’acciaio del Bresciano.
Secondo il Commissario all’Energia e Vice Presidente della Commissione
Europea, Loyola de Palacio : “Nella situazione in cui ci troviamo
è imprudente per l’Europa rinunciare al nucleare, non
solo dal punto di vista della sicurezza energetica, ma anche per la
necessità di rispettare gli impegni del Protocollo di Kyoto”.
Ciò che occorre fare, non è tanto il completamento del
processo di liberalizzazione e privatizzazione del settore energetico,
concorrenza e libero mercato, quanto la diversificazione delle fonti
energetiche con il ritorno al nucleare. Certo, occorrono doti, rare
oggi nei nostri politici e imprenditori, di coraggio e di grande lungimiranza
: seppero farlo, cinquanta anni fa, uomini come Giorgio Valerio, Enrico
Mattei, Carlo Matteini e Felice Ippolito, che ebbi l’onore e
il piacere di conoscere all’inizio della mia carriera professionale.
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